
Una terra con la pace nel cuore
A volte è la terra che decide il destino dei suoi figli.
Se Francesco e Chiara fossero nati da un'altra parte del mondo, probabilmente sarebbero diventati ugualmente santi, ma non quel tipo di santo. Francesco parlava con gli uccellini, s'intendeva con il lupo, inventava il presepe con il bue e l'asinello, storie popolarmente efficaci che lo hanno trasformato nel mite fraticello. Invece era aspro e determinato, perfetta rappresentazione della sua terra. Era un soldato che con l'esempio ha redento secoli di ambigua conduzione del soglio di San Pietro. E ha reso noi, nati nella cristianità, un po' simili alla sua terra, con uno spicchio d'Umbria conservato nel cuore.
A guardarla, questa regione sembra il paradiso terrestre: il verde intenso delle colline, un'opera d'arte a ogni curva, l'atmosfera sospesa nel tempo, la stessa del Duecento, le produzioni artigiane sui corsi d'acqua, decise dalle risorse naturali, i cibi contadini ricchi e saporiti, come quel vino denso, il Sagrantino, invenzione recente ma che sembra essere sempre esistito, perché aspro e determinato, appunto come la terra che lo produce, come San Francesco, che non conosceva scorciatoie e i suoi li rimproverava in continuazione: se non si avvicinavano loro a Dio, che erano i prescelti, come doveva essere chi non era stato toccato dal dono della fede?
Eppure questa terra irripetibile che i tedeschi ci invidiano, gli inglesi comprano, come già hanno fatto nel Chiantishire, e persino i francesi, nel loro inarrivabile sciovinismo, apprezzano, doveva essere dura dal vivere e far sfruttare nel secolo in cui divenne il cuore della cristianità.
Del resto, anche l'Umbria, come i suoi figli, aveva il destino segnato: dimostrare agli uomini che solo con la fatica si conquista la ricompensa. Così oggi è diventata l'icona stessa della pace, della comprensione tra popoli di diverse religioni; dalle sue strade passa la via per giungere alla conquista del Graal, che non è una coppa piena di monete o capace di donare l'immortalità, è la conoscenza di se stessi, il raggiungimento di una pace interiore che ci riconsegna la gioia di essere sostituita ormai dalla brama di avere. Provate a viverla così, l'Umbria, come un viaggio interiore: ritorno all'essenza, che non vuol dire povertà, ma semplice recupero dei valori perduti.
Mensile de Il Sole 24 ore - settembre 2009