
E' il luglio del 799, e il re dei Franchi, Carlo, è accompagnato a Paderbon, nel cuore della Sassonia conquistata. C'è gran traffico di muratori e falegnami, convogli di carri carichi di mattoni e calcina giungono ogni giorno lungo le piste di terra battuta, altri materiali arrivano per via d'acqua, risalendo i fiumi su chiatte e barconi: in mezzo alle foreste e alle paludi il re sta costruendo una nuova città, che sarà l'avamposto della Cristianità in mezzo ai pagani da poco convertiti, con un palazzo e una basilica capaci di rivaleggiare con quelli di Acquisgrana. Ma in questi giorni il re non ha tempo per pensare ai piani di costruzioni, e neanche a quelli militari, benchè stia aspettando con ansia il ritorno del figlio Carlo, che s'è spinto fino a l'Elba per negoziare con le tribù Slave insediate lungo il grande fiume. A Poderborn, infatti è arrivato Papa Leone III, preceduto dalla notizia di un insurrezione scoppiata a Roma, durante la quale i suoi nemici si sono impadroniti di lui, gli hanno cavato gli occhi e cavato la lingua, prima che la provvidenza intervenisse con un miracolo aiutandolo a fuggire.
L'arrivo del Papa, in verità, ha prodotto una delusione, perché si è visto subito che aveva ancora gli occhi e la lingua; ma Leone III, preceduto dalla notizia di un'insurrezione scoppiata a Roma, durante la quale i suoi nemici si sono impadroniti di lui, gli hanno cavato gli occhi e tagliato la lingua, prima che la provvidenza intervenisse con un miracolo aiutandolo a fuggire. L'arrivo del papa in verità, ha prodotto una delusione, perché si è visto subito che aveva ancora gli occhi e la lingua; ma Leone III ha spiegato che anche quelli gli erano ricresciuti grazie ad un miracolo, e per cortesia si è fatto finta di credergli. Non che il re sia disposto ad ascoltare troppo pazientemente quest'uomo sul cui conto corrono da sempre troppi pettegolezzi, e che lui stesso, al momento dell'elezione al trono pontificio, ha salutato con una strana lettera, esortandolo a comportarsi bene e non dar adito a sospetti. Ma Leone III è pur sempre il Papa, il re dei Franchi, che tutti considerano il vero protettore della chiesa in occidente, deve fare il possibile perché la sua figura sia rispettata: perciò andrà a Roma per quanto ne abbia poca voglia soffocherà la rivolta e ristabilirà l'autorità del pontefice agli occhi del mondo, aggiungono a mezza voce i ben informati, le voci che corrono sul suo conto non trovino troppe conferme.
È nel corso dei colloqui tra il papa e il Re, nel caldo e nella polvere di quest'estate di Poderborn, che nasce o almeno si perfeziona un'idea eccitante, quando Carlo verrà a Roma, gli abitanti, che sono pur sempre il popolo romano, lo acclameranno imperatore così come in altri tempi avevano acclamato Augusto e Costantino. Così il Re dei Franchi diventerà a pieno titolo il successore degli imperatori romani, allo stesso titolo del basileus che regna nella lontana Costantinopoli, e nessuno potrà obiettare ai suoi interventi nelle faccende dell'Urbe, anzi di tutto il popolo cristiano. È possibile che un ipotesi del genere circolasse già da qualche tempo, tanto negli ambienti del luterano, che è a quell'epoca la residenza dei papi, quanto in quelli del palazzo dell'Aquisgrana; ma è a Poderborn, nell'estate del 799 che per la prima volta se ne discute sul serio, sia pure con tanta cautela che nessun resoconto scritto di quei colloqui è giunto fino a noi.
In quegli stessi giorni un poeta rimasto anonimo, nonostante i ripetuti tentativi degli storici per identificarlo con questo o quell'intellettuale di palazzo, è impegnato a comporre un poemetto in esametri latini, che i copisti intitoleranno Kalolus Magnus et Leo papa. I versi sono decorosi, ma qui non ci interessa la loro qualità letteraria, bensì l'intento politico dell'anonimo, che, di fatto, sta confezionando un instant-book. Il papa, afferma chiaramente, deve essere difeso dai suoi nemici, e Carlo è l'unico sovrano al mondo capace di ristabilire la maestà della Chiesa; ma proprio per questo è giusto che i cristiani, in tutto l'occidente lo riconoscono come guida, più di quanto non comporti il suo titolo regio.
Informato evidentemente dei negoziati in corso, il poeta riconosce nel re franco il successore degli imperatori romani, che regna ad Aquisgrana come in una seconda Roma; e saluta in lui il rex pater Europae, il padre dell'Europa.
Oggi che i popoli del nostro continente, usciti dal vicolo cieco in cui li avevamo sospinti le ideologie nazionaliste, sembrano avviati all'integrazione di un'Europa sovranazionale, l'immagine escogitata dal poeta di Paderborn suona sorprendentemente attuale. Giacchè è con Carlo Magno che per la prima volta si costituisce in Europa uno spazio politico unitario che va da Amburgo a Benevento, da Vienna a Barcellona, il cui asse commerciale sono il Reno e i porti del mare del Nord; uno spazio, cioè, profondamente diverso da quello dell'impero Romano, che aveva al centro il Mediterraneo e contava tra le sue regione più ricche e civilizzate il Nord Africa e l'Asia minore. Per citare quelli che restano forse i più grandi storici del nostro secolo, se (Marc Bloch), essa acquista solo più tardi il suo volto compiuto: è (Lucien Febvre).
Sia chiaro: ogni generazione di storici, si costruisce la propria immagine del passato, e l'equazione tra l'Impero di Carlo Magno e la nascita di uno spazio Europeo non ha sempre suscitato lo stesso consenso. Vent'anni fa un importante convegno, radunando a Spoleto i maggiori specialisti nel periodo altomedievale, posa la questione proprio in questi termini, dandosi come titolo Nascita dell'Europa e Europa carolingia: un'equazione da verificare. I pareri risultarono diversissimi, anzi in qualche caso diametralmente contrastanti, ma nell'insieme, l'importanza di Carlo Magno come padre dell'Europa ne uscì piuttosto malconcia, o almeno un po' meno discutibile di quanto non fosse apparsa, una generazione prima a Bloch e Febvre.
Oggi la lancetta ha compiuto un altro giro e il consenso si è rifatto ampio, grazie alla vera e propria rivoluzione che ha investito interi ambiti della ricerca, come quello economico. Fino a qualche anno fa, le vittorie militari conquistate su tutti gli orizzonti e il programma di rinnovamento culturale promosso da Carlo Magno potevano apparire la superficie brillante di una società profondamente arretrata e di un'economia stagnante; oggi, una molteplicità di segnali induce a pensare che proprio nell'età carolingia si siano poste le basi per la rinascita demografica ed economica divenuta poi manifesta intorno al Mille, e da cui nacque da tutta la sua prorompente vitalità l'Europa moderna. Al di là del facile entusiasmo che circonda in quest'anno 2000 tutto ciò che suona europeo, lo stato attuale della ricerca ci autorizza a riprendere l'espressione usata dodici secoli fa dall'attuale poeta, e a parlare di Carlo Magno come di un padre dell'Europa.
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